sabato 19 luglio 2008

JESSE OWENS: IL FULMINE NERO CHE UMILIÓ HITLER


Parlare di Olimpiadi è come parlare della storia dell’umanità. No, non è un’esagerazione di uno sportofilo bensì un dato di fatto. Perché, si voglia o no, anche chi non ama lo sport finisce con l’osservare un evento che, sin dalle sue origini, si è intrecciato inevitabilmente con la storia politica e sociale dell’umanità. Spesso, forse anche troppo, i Giochi i sono trasformati in una cassa di risonanza, assumendo anche risvolti tragici, per la politica mondiale. Basti pensare alle sfide tra Urss e Usa, all’attacco terroristico palestinese di Monaco nel 1978.


Ci sono momenti, però, in cui alcuni personaggi hanno avuto la forza di infrangere e intaccare colossi ideologici come quello del nazismo. Ecco, allora, la storia di James “Cleveland” Owens, meglio conosciuto con il nome di Jesse (appellativo datogli da un insegnate di Cleveland che non riuscì a tradurre il suo slang).


Owens nasce il 12 settembre del 1913 a Oakville, in Alabama, ed è il settimo figlio di Mr. and Mrs. Henry and Emma Owens. Jesse capisce sin da subito che il suo talento per l’atletica è ben diverso da una semplice passione. Così, in breve tempo, raggiunge l’apice della carriera di un atleta arrivando alle Olimpiadi di Berlino del 1936.


Un momento e una città decisamente particolari visto che Owens si ritrova nella terra di Adolf Hitler, del Nazismo e, soprattutto, della teoria sulla superiorità della razza Ariana. Bene, Jesse gara dopo gara umilia gli atleti tedeschi vincendo, in successione, la medaglia d’oro nei 100 metri, nel salto in lungo, nei 200 metri e nella staffetta 4X100 metri.


Il quattro agosto, giorno della vittoria nel salto in lungo contro il tedesco Lutz Long, in tribuna c’è Adolf Hitler che assiste, insieme a tutta la platea, all’umiliazione dell’assurda teoria ariana ad opera di Owens al quale, racconta una leggenda, non avrebbe stretto la mano perché nero.


Lo stesso Jesse Owens, però, nella sua autobiografia (Jesse Owens Story) smentisce l’accaduto. Quel giorno, dopo essere salito sul podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d'onore per rientrare negli spogliatoi. Il cancelliere tedesco mi guardò, si alzò in piedi e mi salutò con un cenno della mano. E io feci altrettanto. Penso che gli scrittori mostrarono del cattivo gusto nel criticare l'uomo del momento in Germania”.


Al di là dei miti o racconti vari, resta la straordinaria impresa sportiva, ma soprattutto civile, di quel fulmine che nel 1936 mise alla berlina il Terzo Reich.



6 commenti:

Andrew ha detto...

che storia!

Anonimo ha detto...

Cosa c'entra la corsa con la razza?

Quando Hitler disse "la razza indoeuropea corre più veloce" ???
La coscienza razziale riguarda ben altri campi.


E comunque l'umiliato fu il presidente americano,che si rifiutò di rendere omaggio al corridore;
al contrario di Hitler,che lo fece sportivamente(e non aveva motivo,neanche ideologico,per non farlo).

Anonimo ha detto...

Sono d'accordo con il commento sopra..
in realtà in quel momento storico erano più gli americani razzisti verso gli afro-americani e altre etnie che non i tedeschi...
mi fa veramente ridere che li gli americani si siano eletti a salvatori della democrazia europea, quando ancora in casa loro alberga un razzismo preoccupante verso chiunque non sia di origine inglese-britannica...ma per favore...
Jesse umiliò in primo luogo gli stessi americani, oltre che gli europei imbevuti di fantasiose teorie fantascientifiche sulla superiorità della razza...mah

Morgana

Anonimo ha detto...

si sono d ' accordo e comunque negli stati uniti a quel tempo erano molto più razisti basti pensare che il presidente roosvelt annulò l' incontro con jesse owens perchè era nero ed erano in tempi di elezione quindi gli stati del sud non approvavano i neri oppure un altro fatto ovvero che in quel tempo in america gli ascensori i posti a sedere sul tram e altre cose erano divise tra neri e bianchi e se qualche nero si sedeva su una panchina per i bianchi lo arrestavano

Anonimo ha detto...

D'accordissimo,purtroppo di solito la storia é scritta dai solo vincitori.

Anonimo ha detto...

Oh, sono felice che finalmente si dicano le cose belle e chiare come sono andate. Se no gli americani sono sempre lì a fare la figura dei santerellini alla faccia degli europei cattivoni (che, per carità, hanno fatto la loro parte senza ombra di dubbio). Ad ogni modo, quell'uomo era un grande, e non solo come atleta.

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