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Qualche giorno fa il metereologo della tv inglese Channel 4, Liam Dutton, è diventato un tormentone della rete grazie alla sua pronuncia (perfetta a quanto pare) della città gallese di Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch.


Questa cittadina di poco più di tremila abitanti detiene il record per il nome più lungo d'Europa e il secondo del mondo con ben 58 lettere.

La cosa che più sorprende, cercando informazioni sulla città, è che il nome deriva da una mera e pura idea pubblicitaria. Nel 1860 si decise di allungare il nome per renderlo il più lungo del Regno Unito e tentare di attrarre un po' di turisti. La storia vuole l'origine del nome contesa tra un calzolaio e un sarto.

Cosa significa Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch?

"Chiesa di Santa Maria nella valletta del nocciolo bianco, vicino alle rapide e alla chiesa di San Tysilio nei pressi della caverna rossa".

Su You Tube si trova anche un video che spiega, cantando, come pronunciarlo.


Quindi, cercando di sintetizzare. Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch nasce per attirare più turisti ed è finito per diventare un'attrazione (seppur sicuramente non tra le prime o le più importanti) del Galles.

Dunque una città piccola, senza enormi risorse, si è inventata un modo per diventare appetibile ai turisti, fosse anche per farli fermare qualche ora per una birra, qualche foto sotto al nome del paesello e poi via.

Qualche giorno fa a Pompei è caduto un altro pezzo di muro.
foto Amy McTigue/Flickr
A Febbraio del 2016 saranno tre anni che vivo a Dublino. Tre anni da emigrante/cervello in fuga/expat o quello che volete voi. Io mi sono sempre considerato quello che sono in realtà, un immigrato, perché mi hanno insegnato sin da piccolo a chiamare le cose con il proprio nome.

In tutto questo tempo, e anche per tutto il periodo precedente il mio trasferimento, ho assistito all'incessante aumento degli articoli sugli italiani che vivono all'estero. Giornali, tv, radio, blog, social media ecc...

Li ho sempre letti sia per interesse, sia per capire dove volessero sostanzialmente andare a parare. Fatti salvi alcuni esempi in cui si aggiungeva qualcosa di nuovo, il resto soprattutto negli articoli di commento o nei commenti agli articoli si è rivelato francamente un concentrato di fuffa irritante piena zeppa di luoghi comuni.

Ho letto articoli su come fuori sia tutto lindo e pinto, su come questa esperienza ti "cambi inevitabilmente la vita", su come ogni cosa fatta fuori dalla Svizzera in su sia perfetta e bla bla bla.

Ho letto altri pezzi in cui noi italiani all'estero veniamo disegnati come un branco di mangia parmigiano, incapaci di aprirsi alla realtà in cui vivono e ossessionati dalla necessità di stare con altri italiani. Pezzi che prendono a pretesto una cosa successa magari 30 anni fa per dire "vedi che allora in Italia non si sta male?".

Cosa. Minchia. State. Dicendo.

Il problema pricipale è che nel nostro paese siamo incapaci di affrontare un argomento senza uscire dallo schema A contro B, Bianco contro Nero, Roma contro Lazio.

Ho fatto il giornalista per 10 anni e capisco bene anche la necessità di offrire un quadro sintetico della situazione ma la verità è che la realtà è ben più complessa e non può - non deve - essere sempre ridotta a un litigio da social network.

Sono perdutamente innamorato dell'Irlanda e rifarei esattamente tutto quello che ho fatto perché qui ho trovato una serenità e una stabilità che il mio paese non mi ha offerto. Non vivo come "esiliato" ma penso che questa sia una opportunità che dovevo prendere al volo. E son contento.

So anche, però, che a differenza di un collega o amico - che ne so - tedesco ho meno facilità nel dire "Dublino mi ha rotto, torno a casa tanto un lavoro come quello che ho qui lo trovo". Ma va bene così. Non ho mai pensato di tornare.

E sì, ho anche amici italiani perché quando incontro una persona che mi sta simpatica non gli chiedo il passaporto. "Ah sei italiano? Cazzo allora niente birra stasera. Sai, non vorrei che qualche hipster di Cinisello Balsamo scriva sul blog che sono il tipico italiano stereotipato...".

E sì, mangio pasta, parmigiano e tutto il resto. Ma mangio anche altro così come facevo pure in Italia.

E sì, l'Irlanda probabilmente non è un paese perfetto. Anzi, togli il probabilmente ma il paese dei balocchi non esiste. A e B non sono netti nella vita reale. Uno vive in un posto e poi in un altro e dopo un po' di tempo valuta pro e contro e decide quali siano meglio per lui.

E no, cazzo, no il mio non è il punto di vista di ogni italiano che vive all'estero ma solo il mio.

E se qualcuno si azzarda a dire "ma hai scritto un pezzo sugli italiani all'estero" gli tiro una sediata sulle gengive.

Peace and Love.
screenshot da Buddha of Oakland Vimeo
Uno dei vantaggi di avere un lavoro di ufficio è quello di poter ascoltare molta musica e podcast. Ultimamente ho scoperto Radiotopia che mette insieme diversi programmi radiofonici di qualità. Uno di questi si chiama "This is Criminal" e racconta storie criminali a 360 gradi: da delitti efferati (senza mai trascendere nel trash all'italiana) fino a storie di reati minori o collegate a reati vari.

Una di queste storie parla del Buddha di Oakland.

Dan Stevenson è un uomo comune che vive la sua vita tranquilla nella sua casa nel quartiere di Eastlake a Oakland in California.

La zona non è delle migliori perché ad alto tasso di microcriminalità: prostituzione, spaccio di droga, vandalismo, furti ecc... Una vita complicata ma Dan è uno che "si fa i fatti suoi" e quindi riesce ad andare avanti nonostante tutto. Quello che proprio non manda giù è la discarica abusiva che vede ogni santo giorno di fronte a casa sua. Materassi, divani, spazzatura varia ecc...

Lui e la moglie vogliono fare qualcosa per eliminare quell'immondizia davanti casa.

Ma cosa?

"Non sapevo bene cosa fare - racconta Dan Stevenson a "This is Criminal" - pensavo di mettere qualcosa nel mezzo di quella montagna di spazzatura. Non sapevamo cosa e poi un giorno vedemmo in un negozio una statua di pietra di Buddha. La comprammo e la lasciai lì assicurandomi che non la rubassero".

Una statua di pietra di Buddha su un cumulo di rifiuti.

Passa qualche mese senza che accada nulla di partiolare. Poi un giorno Dan vede che la statua è stata verniciata. Il giorno dopo scopre che sono stati aggiunti altri colori. E così via. Giorno dopo giorno la spazzatura sparisce, attorno al Buddha iniziano ad apparire fiori, cibo, addirittura una casa, videosorveglianza e di lì a poco cominceranno a riunirsi diverse persone (molte di origine vietnamita) per pregare e mantenere il posto pulito.

Non solo, la comunità vietnamita inizia a lasciare anche cibo davanti casa di Dan come ringraziamento. "Ho cercato di fargli capire - spiega divertito - che non c'è bisogno di farlo e che non sono buddhista. Non ho fatto niente di speciale. Volevo solo eliminare la spazzatura. Il resto lo hanno fatto loro".

Tutto questo accade nel 2009 e ad oggi il quartiere è notevolmente più tranquillo. Secondo la locale stazione di polizia i crimini sarebbero diminuiti dell'82%.

Quando ho finito di ascoltare questa storia mi è venuta in mente la teoria delle finestre rotte studiata ai tempi dell'università. Secondo questa teoria, in sintesi, se viene spaccata la finestra di un edificio è probabile che ne verrà spaccata un’altra mentre se la finestra è riparata, il processo di solito si ferma. Un teoria del buon esempio insomma.

Ora, onestamente non so quale percentuale di successo possa avere questa teoria se applicata ad ogni singolo aspetto della vita quotidiana. So, per averlo visto, che vi sono posti dove un senso civico più attivo può e fa la differenza almeno per il decoro urbano. Sul comportamento umano ho ancora i miei dubbi.

Nel frattempo, però, quando vedrò una finestra rotta cercherò di ripararla. O almeno di non romperne un'altra.

Sulla storia del Buddha di Oakland e di Dan Stevenson è stato realizzato anche un piccolo documentario.



Sarà che d'estate ho più tempo da perdere, sarà che mi sto facendo vecchio. Non lo so. Però mentre l'anno scorso di questi tempi lanciavo Notizie Multitasking oggi mi ritrovo a lanciare un blog nuovo e totalmente diverso.

Oggi nasce Radio90s, o meglio, da oggi Radio90s diventa un progetto stabile e con un proprio sito visto che fino ad ora era stato solo una pagina Facebook che rappresentava l'abbozzo di qualcosa che volevo fare ma non avevo ancora capito bene come.

Io sono nato nel 1982 ed ho da qualche anno superato i 30. Il che non mi rende vecchio, ma abbastanza adulto da rendermi conto di aver trascorso la mia adolescenza in un periodo che può, nel 2015, essere considerato "Vintage". Sic, sob.

Gli anni Novanta per me hanno rappresentato un po' tutto. Nel bene e nel male. E molto probabilmente se oggi sono il pirla che sono è anche grazie (o colpa, fate voi) a quel periodo lì.

Quindi ecco il perché di Radio90s. Qui cercherò - da buon ex cronista fallito - di rimettere insieme i pezzi di un periodo che ha segnato molti di noi. Tv, Cinema, Musica, Tecnologia, Sport e Mode&Tendenze. Il tutto raccontando, ricordando e dando un sguardo a cosa è rimasto di "questi anni 90" (dubito che Raf s'incazzerà per la citazione) oggi.

Oltre al sito ovviamente è già attiva una pagina Facebook e anche un account Twitter.

Welcome back to the 90s guys
foto Bexx Brown-Spinelli su Flickr
Luca Sofri ha scritto un post interessante su alcune tendenze del giornalismo nostrano: l'ego e la ossessione nel creare un storia. E' senza dubbio un pezzo che vale la pena leggere nella sua interezza ma questa parte mi ha colpito particolarmente.
 Una è una necessità sempre più pressante e trasparente di chi scrive di manifestare se stesso attraverso la scrittura: è una cosa che ha a che fare con una più estesa questione di insicurezze individuali e modelli competitivi nelle nostre società che influenza anche chi scrive articoli, la ricerca di affermazione di sé generata dal timore dell’insignificanza e dal bisogno di essere riconosciuti, notati, semplicemente visti. Nella scrittura giornalistica si traduce nella ricerca di artifici e virtuosismi che ricordino al lettore che non sta semplicemente leggendo di fatti, notizie e informazioni: ma che sta leggendo di qualcuno (io, me, l’autore!) che gli offre quei fatti, notizie e informazioni.
Il discorso dello scrivere giornalisticamente o di fare lo scrittore su un giornale è piuttosto vecchio. Esiste da sempre, credo, ossia da quando esiste gente che scrive su un giornale. In Italia poi, dove non esistono editori puri bensì editori che di lavoro fanno altro e usano i giornali per scopi personali, questo ha raggiunto una deriva ancor più incontrollata. Perché non scrivi per il lettore ma per qualcun altro se non addirittura per te stesso.

Il punto centrale però è quello dell'aderenza ai fatti. Descrivere un fatto necessita di regole da seguire per poter fornire tutte le informazioni necessarie al lettore per capire di cosa tu stia parlando. Questo si tramuta forzatamente in uno stile asciutto anche se saper fare il giornalista, a mio avviso, significa essere in grado di usare le giuste parole nel giusto ordine per cucire i vari pezzi della storia di cui ti sei occupato.

Sono convinto che se dieci persone assistessero allo stesso evento lo descriverebbero in maniera diversa.

Ora il problema del lavoro del giornalista è che, volente o nolente, a livelli alti come a quelli più bassi tende ad intaccare l'ego. Dire "faccio il giornalista" o vedere il nome sul giornale è comprensibilmente motivo d'orgoglio ma potenzialmente può dare alla testa. A tutti.

Quando lavoravo in Italia in vari giornali ho visto questa cosa accadere frequentemente in forme più o meno gravi e durature. Ho sempre raccontato come a me bastasse vedere poi lo schifo di busta paga che avevo per tornare rapidamente con i piedi per terra e credo/spero di esserci riuscito in ogni occasione. Ma il problema di fondo rimane.

Questo perché quando uno fa il giornalista entra in un circuito di email, inviti, telefonate, accrediti, conferenze stampa nelle "stanze dei bottoni", incontri con persone piacevoli e altri con personaggi incredibilmente viscidi. Questo può portarti a pensare, erroneamente, di essere ricercato perché sei tu (quando invece è il lavoro che svolgi) o di far parte di qualcosa di importante che solo tu puoi capire. Il che per certi versi è vero ma sbagliato. Perché il limite da non superare mai è quello tra l'essere spettatore/interlocutore privilegiato della realtà e il diventare parte integrante di quella realtà.

Superando quel limite si entra a far parte di quel circo barnum di ego che tu dovresti descrivere senza fronzoli solo da fuori. E diventa tutto un "Io sono Pinco Pallino del Giornale Tal dei Tali" e "Io sono l'assessore Tizio di Vattelapesca". Si finisce, inoltre, per sopravvalutare le tue qualità di scrittore. Perché tu non sei uno scrittore. Sei un cronista. Uno che racconta fatti, non romanzi. E scrivere bene non significa usare parole ad minchiam tirate fuori dal dizionario dei sinonimi e contrari. Vuol dire scrivere in modo che una persona che non conosce il fatto lo capisca bene. Il lettore non deve leggere te, deve leggere grazie a te quello che è successo.

PS: Non credo ci sia bisogno di sottolineare che ovviamente questo post non riguarda il 100% dei giornalisti.
foto Lukeroberts

Non ricordo bene dove, però una volta ho letto che quando apri un blog è come adottare un cane o addirittura avere un figlio. Non lo puoi abbandonare o chiudere da qualche parte. Ricordo pure di aver pensato che fosse esagerato e, a dirla tutta, lo penso ancora.

Però quando qualche tempo fa sono passato dalle parti de Il Rompiblog e ho letto la data dell'ultimo post - 7 marzo 2013 - ho avuto un mezzo infarto. Non mi ero reso conto fosse trascorso così tanto tempo.

Ora, non è che in questi due anni e mezzo sia stato senza fare nulla. Ho cambiato nazione, lavoro, vita. Ho aperto un sito (in caso foste interessati si chiama Notizie Multitasking) e cose così.

Il punto è proprio questo. Di questi ultimi anni qui non c'è traccia. Questo blog è cresciuto con me. Qui nel 2008 ho iniziato a scrivere, testare tutto quello che volevo imparare e/o non riuscivo a mettere in pratica nel lavoro quotidiano di giornalista.

Qui ho imparato a "embeddare” le prime cose e a smanettare con l'HTML. Qui ho scritto di attualità, politica, sport, libri, media, giornalismo, sindacato, ho fatto dirette twitter, ho pubblicato foto, racconti, ho fatto pubblicità ai libri che ho scritto e cercato di "monetizzare" quando all'epoca sembrava l'unica cosa da fare con un blog. Ho anche "tematizzato" il blog cercando di parlare solo di un argomento specifico. Ho fatto di tutto. Poi sono arrivati i social network, il "il blog è morto, viva il blog" e così via.

In tutto questo tempo mi sono convinto che Il Rompiblog non sia altro che questo. Il mio blog. Dove trovi di tutto un po' e molto probabilmente in modo confuso. "Tante cose e fatte male" come si direbbe. Però a me piace così. Ed è da qui che voglio ripartire. Motivo per il quale ho anche cambiato radicalmente la grafica del blog. Bianco, semplice.

Si riparte da zero.

Daje.


Ti sei sempre sentito libero di dire che Sallusti è giornalista tanto quanto quello che vende i peluches del pulcino pio sotto casa tua, ma non di criticare la De Gregorio, Travaglio, Scanzi o altri perché sennò apriti cielo? Bene QUESTO È IL POSTO CHE FA PER TE. Apro a te la mia bacheca. Qui nessuno di giudicherà. Anzi comincio io per primo tanto per dare il buon esempio.


"Ciao, mi chiamo Damiano Celestini e da sempre penso che Concita De Gregorio stia al giornalismo come Hello Kitty alla ricerca sulle staminali"

Cosa stai aspettando? Noi della ASGRC (associazione sfanculiamo i giornalisti radical chic) stiamo aspettando solo te! 

NB: per le iscrizioni basta cliccare "Divertente", "Interessante" o "Eccezionale" a questo post. Che è più o meno il funzionamento delle Parlamentarie del M5S.


AGGIORNAMENTO DI OGGI


È nata solamente ieri ma la ASGRC (associazione sfanculiamo i giornalisti radical chic) ha già raggiunto un incoraggiante numero di iscritti. Se non hai ancora avuto modo di iscriverti non ti preoccupare. A breve organizzeremo un meeting/congresso per valutare nuovi ingressi. Il tutto avverrà secondo poche semplici regole ottenute mescolando i processi democratici del Pd e del M5S. Eccoli:


CANDIDATURE
Si potranno candidare solamente coloro che hanno dato ampia e documentata dimostrazione di conoscere a memoria tutte le scoppole elettorali di Massimo D'Alema e relative motivazioni che possano confermare che alla fine non è stata mai colpa sua. Al tempo stesso ogni candidato dovrà sposare una causa legata a qualche popolazione disseminata del mondo. Come ad esempio: esportare i pannelli fotovoltaici agli esquimesi sodomiti della Lapponia del Sud oppure insegnare le formazioni della Roma dal 1985 ad oggi ai cannibali dai capezzoli a chiodo della Nuova Zelanda. In assenza di una popolazione da salvare l'Associazione ne fornirà una pescando a caso da un numero di National Geographic. Vietato l'uso del dialetto fiorentino. 

VOTAZIONI
Le votazioni avverranno solo ed esclusivamente online ma dopo aver dimostrato, caricando un video su YouTube, di saper imitare Bersani. Sarà eletto chi avrà ottenuto il maggior numero di "Mi Piace" e "Retweet". È stata in extremis approvata anche la "mozione Poke". Quattro Poke = 1 voto. Durante le votazioni e lo scrutinio sarà permesso andare in bagno seguendo però la regola dei due mandati. Ci si va due volte poi basta. Nel caso si necessitasse, dopo la seconda volta, della toilette l'Associazione fornirà bottiglie e secchi marchiati col fascio littorio gentilmente offerte da Casapound mentre come carta igienica, visto che il riciclo è importante, saranno usati i sondaggi pre elettorali del Pd.


PS: Se ve lo state chiedendo. Sì, non avevo granché da fare. 
E niente. È on line il nuovo numero di Reader's Bench e c'è un mio articolo in cui parlo di 10 libri sul mondo del giornalismo che sono stati importanti per me e che consiglierei. È a pagina 20 però vi consiglio di leggere tutta la rivista perché Clara Raimondi & Co. sono bravi. Ma bravi sul serio. 

Potete leggere il magazine qui





E scaricare il pdf qui: https://docs.google.com/file/d/0B3Jzn5A1n6CcN0pIUkdwNVNodUk/edit?usp=sharing
Se volete fare domande o partecipare potete farlo su Twitter usando l'hashtag #stamparomana
 Tanto per chiarire. Per me un giornalista può candidarsi. È un cittadino libero ed è suo diritto farlo. Quello che non accetto è che, una volta finita la carriera politica, ritorni regolarmente al suo posto nella tv pubblica o in giornali non di partito come se nulla fosse.

Avere una propria visione del mondo è una cosa, dichiararla apertamente con tanto di tessera di partito e poi pretendere di risultare minimamente obiettivo è un'altra.

Questa è un'anomalia del giornalismo italiano. E non dite che in altri paesi è lo stesso perché i nostri numeri di questo fenomeno sono imbarazzanti e lo sapete.

Il nostro mestiere e l'attività politica sono divisi da un confine. Spesso (troppo spesso) sottile, certo, ma c'è. Possiamo oltrepassarlo ma non si può tornare indietro.